Carlos Barceló al MIDAC – testo di Umberto Maria Milizia

23 ott

Carlos Barceló al MIDAC

Ancora una volta una mostra (come le altre del resto) particolarmente significativa per l’arte contemporanea e che, comunque, ha il merito di allineare un poco le Marche al resto del mondo.

Come è nostra abitudine inizieremo queste brevi note con una piccola digressione, in questo caso sui concetti di tradizione e cultura.

Il fatto è che un malinteso senso dell’identità culturale ha portato molti a restringere il campo in cui ritrovare questa identità più nel folklore che nell’arte.

A ciò si aggiunga la sensazione che più qualcosa è antico e più sia tradizionale.

Questo discorso è volontariamente polemico nei riguardi di chi, in questa regione, si sia autonominato custode delle tradizioni artistiche locali, peraltro obiettivamente notevoli, ma lo facciamo anche per dire che la pittura di Carlos Barcelo deve essere inserita a pieno titolo nel miglior filone della tradizione culturale spagnola, ma non nel senso folkloristico del termine, ma in quello più intellettuale e raffinato, avvicinando Carlos Barcelo a quelle correnti artistiche del secolo scorso che, al di là delle vicende politiche, hanno mantenuto alla Spagna quel posto di primo piano nella cultura europea che le spetta di diritto.

Se qualcuno cercasse un “antenato” a Carlos Barcelo ne nomineremo uno solo tra i tanti, Mirò, ma solo per sottolineare la capacità di questo autore ad inserirsi nel vasto filone artistico del suo paese.

Passando ad un breve esame delle opere esposte la prima cosa che risulta evidente anche al profano sono la ricchezza del colore e la libertà con cui le zone colorate si intersecano sulla tela, talora accennando a fondersi, talora sostenendosi a vicenda per somiglianza o contrasto tonale, ma mai negandosi del tutto anzi, sempre arricchendosi.

Questo porta ad una emotività intrinseca che si trasmette immediatamente a chi guardi creando una realtà visiva effettiva ed interattiva che fa pensare ad una vita autonoma di questi quadri che si realizzi proprio in questa interattività.

In altre parole siamo agli antipodi di una concezione “astratta” dell’arte anche se non si riconoscono forme naturalistiche della realtà o, se si preferisce, non si riconoscono oggetti particolari.

Con più attenzione (ma poca per la verità) si scorgono, assieme al colore, delle forme da sottili strutture lineari, per lo più nere, ma facilmente di altri colori, ad esempio bianche, che delimitano aree particolari.

Queste linee hanno un andamento studiato in modo da dare la sensazione di una totale libertà costruttiva del tratto, libertà che ricorda, anche in questo caso per esplicità scelta dell’autore, il momento della propria realizzazione.

Ciò viene dal fatto che nel loro andamento, nella certezza o nell’indecisione del modo in cui sono realizzate, portano l’impronta calligrafica della mano che le ha tracciate.

Si istituisce così un rapporto di secondo livello con l’opera d’arte che porta oltre le prime sensazioni sino alla personalità del pittore.

Da queste aree sembra quasi che il colore fuoriesca, svuotandole, completando, così, senza contraddizioni, l’unità stilistica dell’opera. Precisiamo che in questo caso il nero non è negazione né della luce né, tantomeno, del colore perché concepito esso stesso come colore.

Il campo visivo ne risulta profondamente omogeneo: profondità (non si può dire prospettiva che non c’è) e luce sono portati direttamente nell’animo dello spettatore facendo leva sulla sua sensibilità; basta che non sia troppo superficiale o distratto.

Diciamo questo perché l’informalità di queste opere d’arte è solo apparente, sia perché costituiscono realtà autonome ed in un certo senso viventi, sia perché le emozioni che possono generare sono reali e possono essere collegate al patrimonio individuale di sensazioni che consciamente o, più spesso inconsciamente, ciascuno di noi porta dentro di sé.

Belforte del Chienti, Settembre 2011

Umberto Maria Milizia

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